hôtel la crèche

É mezzanotte quando partiamo.

Quattro chilometri dal centro facendo slalom tra il traffico di Kinshasa, in una stradina secondaria disconnessa e male illuminata.

Come sempre ci accolgono 4-5 parcheggiatori dai modi molto poco rassicuranti.

Piano terra: il night club.

Piani successivi: le camere dell’hotel.

Terrazzo: la meta della nostra gita.

La musica si sente già dalla macchina coi finestrini chiusi.

Nonostante si chiami hôtel, non ho mai capito se esista una reception. Saliamo delle scale buie e percorriamo corridoi bui dove si affaciano porte a vetri smerigliati illuminate dall’interno.

La rumba congolese potente come un rutto di John Belushi, ci travolge.

L’orchestra al centro della scena suona grandi classici.

Volume alto e male amplificato.

Poi altissimo.

Lo stile è enorme, cravatte di colori improbabili.

L’età media è 60 anni.

Il bassista suona con la sigaretta alla bocca continuamente.

I pezzi finscono solo quando la gente è sfinita dal ballo e inizia a sedersi.

La birra gelida tiene la dovuta compagnia visto che è impossibile comunicare oralmente con chiunque.

Verso le tre del mattino inizio ad avere le vertigini dovute ai decibel che cercano di sfondarmi l’ipofisi attraverso le orecchie.

Decido che basta.

Tornato giu i parcheggiatori mi fanno manovra tutti assieme in maniera abbastanza energica al limite del violento, così tocco la macchina di un amico per evitare loro.

É la terza volta che vengo. Trovo che la crèche si stia un po’ imborghesendo, hanno deciso di sostituire le latrine nell’ultimo mese, con dei sanitari in ceramica.E di togliere dal bagno la carta da parati imbottita pregna di effluvi antichi di almeno vent’anni.

Non so chi abbia avuto tanto coraggio.

Per fortuna la puzza è rimasta quasi intatta.

Dopo aver letto questa notizia mi sento:

  1. bellino;
  2. sospettoso;
  3. un gran mal di stomaco;
  4. effe quattro;
  5. Giambattista;

un ciddì: das racist – sit down, man (Greedhead, Мишка & Mad Decent, 2011)

link: official

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