silenzio

Cazzo sto invecchiando.

Porca puttana.

Stamattina era una di quelle giornate, di quei venerdì che li senti.

Senti gli anni sulla nuca.

E sui denti, come dopo un incontro di boxe o una bevuta di quelle che non si possono contare i bicchieri.

Ma niente di tutto questo è successo ieri sera, o almeno non mi pare.

Ma stamattina ero un po’ così, sul mesto/molesto/triste/dolente/resaccante come per la prima giornata d’autunno o la prima giornata di scuola.

Ma qua a Kinshasa l’autunno non ha significato. E la scuola l’ho finita tutta.

E allora ecco che mentre ero in macchina ho capito.

Non mi serve sapere perché, ma mi serve sapere come farlo passare.

E la risposta è una sola : Metallo Pesante.

É stata la mai abbastanza compianta Master of Puppets a farmi capire che l’unica soluzione che da sempre abbia mai funzionato con i miei neuroni è il metal.

Quando ero giuovane e potevo permettermi di bere tequila il mercoledì notte senza timore, l’unica sveglia possibile sono sempre stati i Pantera.

E quindi non sono invecchiato poi così tanto.

Il mio cowboy dell’inferno preferito in questo momento mi sta pettinando i neuroni.

E la mia testa riprende a funzionare.

Certo lavorare in questo ufficio non aiuta molto la concentrazione.

Cigolii di porte.

Cigolii di impianti di aria condizionata vecchi a maltenuti.

Vociare nei corridoi.

E condivido lo spazio con 2 giapponesi e un congolese.

Lo spazio è di circa 12 m².

I giapponesi sono discreti. Non si vedono, non si sentono.

Il mio collega congolese spesso è assente. Ma tutti lo cercano lo stesso. E tutti entrano nell’ufficio e guardandomi e indicando la sua scrivania vuota mi chiedono : non c’é?

Le mie risposte a questa stronzata sono spesso cattive e dipendono dall’umore della giornata. A volte mi limito a guardare in faccia l’interlocutore senza proferire nessuna parola.

Quando il mio collega congolese è presente va peggio. Lui è un capo qua in ufficio. E tutti salutano il capo. L’usanza africana di passare tutti i giorni a chiedere come stai capo e sedersi a fare salotto per mezz’ora parlando di nulla, va un paio di metri oltre la mia tolleranza. Oltre ad essere assolutamente incompatibile con la mia idea di lavoro.

Quando il mio colega congolese è presente e non ha delle riunioni, gli squilla il telefono. Circa 30 volte al giorno. Con suonerie il cui livello di fastidio è di circa 10 Licia Colò. E risponde dopo 3 minuti perché è miope e cerca di capire dal display di chi si tratti.

Quando il mio collega congolese è presente e non ha delle riunioni e non risponde al telefono, di solito scrive al computer. Ma la sua tastiera ha un problema. Un problema di cui non avevo mai sentito parlare. La pressione di ogni pulsante genera un bip. Per cui ogni mail sono all’incirca 1000-1500 bip (che sia in realtà un telegrafo?). Una specie di live di minimal techno suonato dal grillo parlante. Non si può far finta di nulla. Si può uscire, si può pregare, si può cercare di seguire il ritmo, si può urlare “Porchiddiobbbbaaastaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!” o ci si può rompere i coglioni.

Fu così che mi ruppi i coglioni.

E all’aeroporto di Bruxelles un bel giorno le trovai. E le provai. E le comprai dopo 7 secondi che le avevo provate.

Un paio di cuffie enormi, aurali, aggressive, con sistema annulla rumore.
Le ho pagate tanto, ma e avrei pagate il doppio.

Ricordo benissimo che sull’aereo ascoltavo i Masada.

E sorridevo. Tutto il tempo, perché anche a volume bassissimo non sentivo nient’altro che la musica.

Non so se la qualità del mio lavoro sia migliorata. Ma di sicuro sono più felice.

E nessuno mi cheide più dove sia il mio collega congolese.

E voglio molto più bene al mio collega congolese ora.

Mio Dimebag, mio Dimebag perché ci hai abbandonato?

un ciddì: subsonica – una nave in una foresta (Casasonica, 2014)

link: wikipedia

Venendo da un paese, ricordo che da ragazzini si litigava su chi avesse scoperto importato all’interno delle mura immagginarie e ascoltato  per primo un album. Era prima di napster.  Mi sa che a Kinshasa sono campione incontrastato.

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