Bandundu

Bandundu è lontana da Kinshasa solo 4 vomitate e 8 ore di pista.
Il brutto della naupatia è che non c’è niente che tu possa fare se non stare male.
Così rimango per otto ore in uno stato di semincoscienza interrotto solo da quattro soste dove pure le orecchie hanno tentato di uscirmi dalla bocca a causa degli spasmi dello stomaco.

Non ho la forza fisica nemmeno per cambiare a musica.

Quattro canzoni religiose congolesi a rotazione a base di “Jezuuuuu salvami tuuuuuu, Jezuuuuuu ameeeeennnnn, Jezuuuuuuu alleluyaaaaaa., suonate su una pianolina bontempi cinese e registrate in cantina.

Il ciddì salta e diventa un remix.

Passa alla pendrive. Stesse canzoni.

L’autista corre come se avesse le coliche e cercasse disperatamente un bagno.
Cento all’ora per 7 secondi. Buca. Trenta all’ora per tre secondi. Venti metri di pista senza buche. Cento all’ora. Camion contromano. 10 all’ora.

Bevo acqua, vomito acqua.

Mangio banane, vomito frappé.

Bambina attraversa la strada. Deviazione brusca a ottanta all’ora.

“Puoi andare più piano per favore?”
“oui, oui”

Guardo l’orologio troppo spesso.
Segna per 47 minuti lo stesso minuto, così le otto ore durano 3760 ore.
Disidratato completamente.
Dio fai che al ritorno la strada sia asfaltata e devolverò l’otto per mille alla chiesa cattolica.
E invierò un comò a papa francesco.
Arrivo con la sensazione di essermi vomitato fuori il corpo, rivoltato come un calzino dalla bocca.

Bandundu è stranamente una città senza K.
Molto bellina.
Piacevole, tanto verde, gente carina e simpatica.
Tanto spazio per camminare.

Ho mangiato un pesce (almeno spero lo fosse) molto buono, la cui testa sembra essere uscita da un’emicrania di H.P.Lovecraft.

La sera prima di partire mi chiudo in camera per un’ora. Preparo una pendrive con tre virgola quattro giga di musica, quattrocentottantatre pezzi.

Il lavoro è delicato, devo incrociare i possibili gusti dei viaggiatori: un congolese, un colombiano, un malgascio e soprattutto io.

Funk, Jazz, Rock, un po’ di pop, Reggae, Afrofunk, Afrojazz, Afrorock, Afropop (pochissimo), Afroreggae.

Una volta in macchina sostituisco la pendrive di Jezu con quella di Satàn.

La strada non è stata asfaltata nel frattempo. Niente otto per mille ne comò a papa Francesco.

Non vomito nemmeno mezza volta.

Satàn – Jezu: 1-0.

Ci fermiamo per strada a comprare carbone per il barbeque, manioca, il miglior Kwanga del mondo (sarà…), pesce arrostito, Banane, Platani. La macchina diventa molto più stabile, anche a cento all’ora.

Non mangio ne bevo nulla per otto ore. Ma questa volta il viaggio l’ho goduto.

un ciddì: Karl Marx was a broker – alpha e omega (2011)

link: bandcamp

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