Maman Kinshasa Addio

“Negli anni Dieci io me ne andai
come oggi i ragazzi vanno in India
vanno via anch’io me ne andai nauseato
stanco da questa Kinshasa sempre in guerra e in dopoguerra
io allora a quarant’anni mi trovavo di fronte
a questa situazione andai via da questa
Kinshasa anni Dieci.

E me andavo da quella Kinshasa addormentata
da quella Kinshasa puttanona razzista fascistoide
quella Kinshasa del puoi pure morire
annamo avanti quella Kinshasa delle malewa
della manioca dei pesci salati
delle larve fritte dei bruchi fritti delle termiti fritte dei grilli fritti
quella Kinshasa delle bibite afrodisiache delle bibite adulterate
del riso e dei fagioli col pili pili senza pili pili
del pane fatto col gesso.

Me andavo da quella Kinshasa
degli sciuscià dei venditori di gattini per strada dei guardiani
dei casini del casino delle approssimazioni degli imbrogli
degli appuntamenti ai quali non si arriva mai o mai puntuali
dei pagamenti che non vengono effettuati quella Kinshasa dei funzionari dei ministeri
degli impiegati dei bancari quella Kinshasa dove le domande
erano sempre già chiuse dove ce voleva ‘na raccomandazione

Me andavo da quella Kinshasa dei bagni che puzzano sempre di piscio
delle fontane sempre spente quella Kinshasa del boulevard
delle mille chiese dei mille predicatori quella Kinshasa delle suore dei preti dei ratti

Me andavo da quella Kinshasa delle ville con piscina
la Kinshasa del Grand Hotel di Patachoux della Creche
del Cha Cha quella del Kwilu quella provvisoria
quella di giorno quella di notte
quella affaristica
la Kinshasa della rumba congolese a volume altissimo ovunque
la Kinshasa delle zanzare

Me andavo da quella Kinshasa che non invidia nessuno
la Kinshasa ultima in tutte le classifiche
dell’echangeur delle passeggiate quasi tranquille ma solo nel quartiere delle ambasciate come nell’ora d’aria
quella del Forescom dei Robottoni
dell’Università di Kinshasa
quella Kinshasa sempre col caldo con l’umido
senza estate e senza inverno
quella Kinshasa che è meglio di Brazzaville

Me andavo da quella Kinshasa
dove la gente orinava e cacava per le strade
quella Kinshasa fetente e impiegatizia
dei mille mestieranti improvvisati dei bambini di strada
di Alviero Martini di Santini
di Vlisco di Lambada di Bisu Bisu di Comme le Kinois
quella Kinshasa dove non c’è lavoro
dove non c’è un franco ma c’é l’AIDS
quella Kinshasa di Pan Victoire di beau marché

Me ne andavo da quella Kinshasa
della Banca Commerciale del Congo
dei grattacieli degli Hezbollah degli esprit de mort
di chi cazzo degli atelier dei perdiem
della Gare centrale grande quanto uno sgabuzzino
del palazzo dei marmi del primo reattore nucleare d’Africa
quella Kinshasa – Che c’hai 500 franchi? –
e prestami mille dollari
quella Kinshasa dello stadio dei martiri
di Kofi Olomidé ovunque
quella Kinshasa del quartiere
che portava e porta ancora il nome di Mobutu
me n’andavo da quella Kinshasa di merda

Maman Kinshasa! Addio”.

Scusa Remo

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